Sabato, 19 Maggio 2012

Per Bjørnson conciliare scienza e fede è "Al di là delle forze umane"

forzeumane_ante Scrittore e drammaturgo norvegese, premio Nobel per la letteratura nel 1903, considerato il padre del moderno teatro del suo paese assieme al più celebre Ibsen, Bjørnstjerne Bjørnson nel dramma in due atti Øver Ævne, tradotto ora da Iperborea con il titolo Al di là delle forze umane, inscena attraverso la storia del pastore di una piccola comunità sperduta fra i fiordi del sub-artico una lacerante contrapposizione fra scienza e pensiero irrazionale. Adolf Sang gode di un grande  prestigio, la sua comunità lo ascolta rapita; egli non è soltanto una guida morale, ma sembrerebbe dotato di virtù taumaturgiche, qualcuno addirittura pensa che sia in grado di resuscitare i morti. Solo che tutti i suoi poteri spariscono quando gli accade la cosa più importante e indesiderata di tutte: la moglie Klara si ammala e lui non riesce a farci niente.

La contrapposizione, prima che esser detta dalla vicenda – ci avverte il traduttore e autore della postfazione Giuliano D’Amico – sta nello scarto fra le intenzioni e l’effettivo scriversi del dramma. Bjørnson, che fu anche pubblicista sensibile alle questioni politiche, intellettuale partecipe del proprio tempo, sostenitore dell’autonomia della nazione norvegese, strenuo difensore di Alfred Dreyfus nel noto affaire che alla fine dell’Ottocento divenne un campo di battaglia ideologico e culturale ben oltre i confini francesi, era un positivista. E scrittore incline a un certo corrivo sentimentalismo. Sarà forse per questo, ma la critica che egli fa della fede cristiana, soprattutto nei suoi aspetti più deteriori, irriflessivi, non rinuncia a una decisa caratterizzazione mistica della scena, del clima.

Le suggestioni che ne derivano, grazie alle note estreme del paesaggio sullo sfondo, insinuano nel lettore il dubbio di una possibilità, di un’ambigua apertura di credito all’indicibile. Tutto questo mentre la storia del dramma familiare percorre la ricerca di una prosaica, ragionevole verità e alla fine la troverà in un lutto inevitabile; peraltro, Bjørnson sapeva bene che senza conflitto nessun dramma è possibile e vengono meno le ragioni stesse dell’opera. Però, lo schema resta un po’ didascalico, né vale a ravvivarlo granché la tensione profonda fra il pastore e sua moglie, che non solo non guarisce, ma non nasconde al marito la sua insofferenza per l’intolleranza fideistica di lui, sostanzialmente un invasato.

Il Nordland con la sua natura, le montagne a picco sul mare, l’aurora boreale si prestano a fornire la scena adatta alla percezione allucinata delle cose, e Bjørnson, legato a doppio filo ai dettami culturali dell’epoca, sa che i miracoli che la comunità vorrebbe volentieri intendere dietro a quegli scenari, sono fenomeni spiegabilissimi (l’autore non omise fra i suoi interessi l’ipnotismo, lo studio del quale all’epoca era molto cool). Era però anche un idealista, e probabilmente gli piaceva pensare che una forza “superiore”, oltreumana, ci guidasse nelle imprese più nobili. Di lì, la forza e la debolezza di questo testo, per più aspetti abbastanza datato.
Michele Lupo

forzeumaneBjørnstjerne Bjørnson (1832-1910): drammaturgo, intellettuale, scrittore norvegese. Premio Nobel per la letteratura nel 1903. Impegnato in varie cause civili e culturali, di ispirazione radical-liberale, fu sensibile all’idea di una patria autonoma e indipendente. Scrisse il testo dell’inno nazionale norvegese, drammi, opere poetiche e romanzi. Viaggiò molto e visse per qualche tempo anche in Italia.

Bjørnstjerne Bjørnson
Al di là delle forze umane
Iperborea  
2010, pp. 101
€ 13,00

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