Sabato, 19 Maggio 2012

A Sarzana Paolo Rumiz ha portato le sue storie di viaggi e incontri

Rumiz_ante Che Paolo Rumiz abbia ormai da anni un largo seguito di lettori appassionati lo dicono le vendite dei suoi libri e oggi l'ha confermato la presenza di un pubblico particolarmente folto che ha riempito i posti della Sala Canale Lunense al Festival della Mente di Sarzana. Il giornalista e scrittore triestino ha esordito spiegando che il titolo dell'incontro ("Il racconto che nasce dal cammino") era sbagliato: molto meglio "Scrivere con i piedi", ha detto, spiegando che i piedi hanno un ruolo fondamentale non solo nel viaggio, ma anche nell'elaborazione del racconto. Si ricrea una magia ogni volta che una persona chiede ad un'altra: "raccontami", come faceva la sua insegnante di tedesco strizzando gli occhi e ripassando la lingua sulle labbra, a prefigurare il godimento delle storie che avrebbe ascoltato. Ma per poter raccontare storie interessanti, appunto, bisogna saper viaggiare alla giusta andatura, raggiungere quel ritmo che fa scoprire le cose e nascere i pensieri.
Per prima cosa Rumiz ha parlato del suo nuovo libro, La cotogna di Istanbul, appena uscito da Feltrinelli. Si tratta di una complicata storia d'amore resa in endecasillabi. La apre il verso "Ma voi che ne sapete dell'amore", domanda provocatoria che gli pose una coppia di anziani russi incontrati in un villaggio della Lettonia. Ai suoi tempi, gli aveva detto la vecchia signora, il futuro marito compiva lunghi viaggi in cavallo per poterla incontrare e la distanza, la pazienza, le difficoltà, aumentavano il piacere dell'incontro, mentre oggi i giovani hanno tutto a portata di mano ma hanno perso il gusto della scoperta e dell'attesa. Quello di oggi era un Rumiz platoneggiante, oseremmo dire. Ha confessato infatti di avere una totale sfiducia nella parola scritta, sostenendo - appunto come il Platone dei Dialoghi - che la scrittura è tradimento dell'oralità, mille volte superiore per versatilità e potenza espressiva.

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Ma ha parlato anche di viaggio come "strip", ricordando il progressivo alleggerimento del suo bagaglio durante il viaggio in bici a Istanbul, con Altan ed Emilio Rigatti. Contrariamente a quello che si dice, arrivare è un po' morire, perché il traguardo abbassa il sipario su quella nuova dimensione in cui si era entrati, riportando indietro alla quotidianità e alle sue mille gabbie: dal telefonino alle mail. E non ha nascosto i momenti di crisi che ha passato, per esempio nei primi giorni del viaggio in treno con Marco Paolini, quando sentiva di non essere entrato "in sintonia" con il viaggio stesso perché ancora non ne aveva compreso il ritmo giusto. O la difficoltà del lungo zigzagare tra le Alpi, l'unico viaggio impostogli dal giornale, e quella di individuare il taccuino adatto. E' arrivato a stabilire la formula secondo la quale la dimensione del quadernetto è inversamente proporzionale alla velocità del viaggio: procedendo a piedi ci si può permettere un bloc-notes dalle ampie pagine su cui vergare geroglifici e ghirigori, ma un viaggio in auto o in bici richiede fogli piccoli che possono essere infilati ed estratti con facilità dal taschino della camicia.
Rumiz_1
Il viaggio a Lepanto gli ha fatto sperimentare la difficoltà del distacco dal libro, ben più duro (ma altrettanto indispensabile) di quello da casa. "Il vero momento risolutivo del viaggio è la narrazione" e ci si può arrivare soltanto percorrendo la propria strada, facendo tesoro delle informazioni acquisite dai libri, ma evitando l'errore di ricalcare le orme dei predecessori. E la narrazione, in lui, arriva a superare la realtà effettiva, come nel caso di questo viaggio che lui ricorda come se si fosse svolto da Venezia a Lepanto (come l'ha raccontato su Repubblica) e non nella direzione contraria, come invece è realmente avvenuto. Di quello verso Gerusalemme rimpiange di non aver registrato i suoni che avrebbero potuto dar vita a un racconto acustico, fatto di canti di pellegrine ucraine che in treno andavano a Bari per pregare sulla tomba di San Nicola, delle lodi mattutine dei monaci di Bose, delle preghiere in un mosaico di lingue ad Aleppo, ma anche di silenzi ricchi di suoni in Anatolia. Alla domanda se abbia già individuato la meta del prossimo viaggio, Rumiz ha accennato ad alcune ipotesi, come l'attraversamento a piedi dell'Italia centrale da mare a mare, o la risalita del Nilo fino alla sorgente. Ma c'è da scommettere che non abbia rivelato quello che realmente sta progettando. Non ci resta che aspettare il prossimo agosto per scoprirlo.
Saul Stucchi
 
Festival della Mente
3-4-5 settembre 2010
Sarzana

Informazioni:
www.festivaldellamente.it


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Commenti 

 
#1 2011-09-04 19:38
Credo che "La leggenda dei monti naviganti" sia il capolavoro di Rumiz in libro. Lo seguo assiduamente, ogni tanto gli scrivo i miei commenti, e a volte mi risponde. Una volta, nel reportage sui luoghi dei terremoti, mi ha anche citato come fonte di una segnalazione sui duer "poeti terremotati da bambini" Quasimodo e Neruda, peraltro anche entrambi figli di ferroviere...
Citazione
 
 
#2 2011-09-04 19:44
Marco, Rumiz ti ha citato qui:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/08/27/quei-tremiti-insospettabili.html
Appena incontro Rumiz, gli ricordo il tuo prezioso apporto poetico! :-)
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